Ancora una sconfitta, ancora un episodio decisivo tra i pali. La Juventus cade 2-0 contro il Como e, ancora una volta, i riflettori finiscono inevitabilmente su Michele Di Gregorio. Il portiere bianconero, chiamato a garantire affidabilità e sicurezza in una fase delicata della stagione, è invece protagonista in negativo sul gol che apre la partita, firmato da Vojvoda: una conclusione leggibile, non irresistibile, che però trova guantoni troppo morbidi e una risposta insufficiente.
Non si tratta di un errore spettacolare, di quelli destinati alle compilation virali. È peggio: è un errore “normale”, evitabile, proprio per questo più preoccupante. Di Gregorio vede partire il tiro, ha il tempo per preparare l’intervento, ma sceglie la presa senza avere il corpo completamente dietro la traiettoria. Il risultato è un intervento debole, privo della necessaria decisione tecnica, che trasforma un tiro gestibile in un gol pesantissimo.
Il problema, però, è che non si tratta più di un episodio isolato.
Già nelle settimane precedenti erano emerse incertezze simili: respinte corte su conclusioni centrali, uscite non impeccabili e una generale difficoltà nel trasmettere sicurezza alla linea difensiva. In alcune occasioni recenti — soprattutto su tiri dalla distanza — il portiere bianconero ha mostrato una tendenza pericolosa a voler bloccare palloni che richiedevano invece una respinta energica, esponendosi a rimbalzi e seconde palle.
Errori tecnici, prima ancora che psicologici. I portieri moderni lavorano sulla cosiddetta “mano forte”, cioè sulla capacità di deviare lontano il pallone quando la presa non è garantita. È un principio basilare del ruolo. Quando viene meno, ogni conclusione diventa una potenziale minaccia.
E qui nasce il vero nodo: la Juventus, squadra storicamente costruita sulla solidità difensiva, oggi non può permettersi dubbi nel ruolo più delicato del campo. La sensazione è che la retroguardia giochi con meno serenità, abbassandosi di qualche metro proprio per proteggere una zona che dovrebbe invece rappresentare l’ultimo baluardo di sicurezza.
Le grandi squadre convivono con gli errori dei singoli solo quando restano eccezioni. Quando iniziano a ripetersi, diventano un tema tecnico e mentale. La papera contro il Como non è clamorosa, ma è simbolica: racconta un portiere che vede l’azione, arriva sul pallone e tuttavia non riesce a dominarlo.
Nel calcio di alto livello la differenza tra un buon portiere e un portiere da grande club sta tutta lì: non nelle parate impossibili, ma nei palloni apparentemente semplici che devono restare tali.
E oggi, per la Juventus, questo sta diventando un problema sempre meno episodico e sempre più strutturale