Luciano Spalletti apre le porte del suo mondo e lo fa partendo da una parola precisa: Juventus. Nella lunga intervista concessa a ‘Tuttosport’, il tecnico bianconero racconta il significato di una panchina che considera molto diversa dalle precedenti esperienze della sua carriera. Non soltanto per la pressione, ma soprattutto per ciò che rappresenta il club: una mentalità, una storia, una responsabilità.
«Alla Juve alleni una mentalità»
Spalletti prova innanzitutto a spiegare cosa cambi rispetto alle altre piazze che ha conosciuto: «Alla Roma ho allenato una tifoseria, a Napoli alleni una città. All’Inter una tradizione, in Nazionale un popolo. Alla Juve alleni invece una mentalità: è la storia del calcio».
Un concetto che il tecnico approfondisce parlando della cosiddetta “modalità Juventus”: «Non è solo un’emozione impetuosa. È gioia, orgoglio e responsabilità». E soprattutto una dimensione nella quale, secondo Spalletti, non bisogna vivere soltanto di calcio, ma «di Juventus».
Da qui anche la sua personale definizione del ruolo: «Fare qualcosa che ti piace è libertà, essere felice di andarlo a fare è amore». E quando gli viene chiesto quale sentimento prevalga oggi, la risposta è netta:
«Qui mi sento felice e libero».
La fiducia nella squadra e un progetto da costruire
È proprio la fiducia uno dei motivi che lo hanno spinto ad accettare la Juventus. Spalletti indica tre elementi: «Principalmente la fiducia nella squadra. Poi quella in me stesso e infine la storia del club».
La sconfitta contro il Sassuolo resta una ferita, ma Spalletti vede comunque segnali positivi: l’obiettivo è «riprendere quel livello, quel ritmo e quel gioco di squadra che l’anno scorso abbiamo fatto vedere per diverso tempo».
Yildiz, il talento che «rompe il sistema»
Il passaggio più entusiasta dell’intervista riguarda probabilmente Kenan Yildiz. Spalletti ne parla con parole particolarmente significative: «Mette la cromatura alle giocate, le fa luccicare. Ogni sua giocata è un manufatto di ingegno».
Il tecnico individua proprio nella capacità di uscire dagli schemi la caratteristica principale del talento turco-tedesco: «È uno che rompe il sistema». Yildiz, secondo Spalletti, non esegue necessariamente una giocata già programmata: improvvisa, inventa, sorprende.
E arriva il paragone destinato a far discutere: Kvaratskhelia. «Per me è accostabile a Kvara: ha bisogno solo di giocare un altro po’», dice Spalletti, individuando nei due la stessa capacità di creare situazioni imprevedibili e di «stare sempre fuori dai tempi di gioco e dalle regole della giocata. <…>È un bravissimo ragazzo, semplicissimo, proprio quello della porta accanto. Ma è leader», sottolinea. E per spiegare il concetto torna alla sua esperienza con Nestor Sensini: un giocatore che parlava pochissimo, ma il cui carisma riusciva comunque a trascinare gli altri.
Una leadership, dunque, che può essere esercitata anche senza fascia e senza discorsi nello spogliatoio. Il riferimento è alla capacità di essere riconosciuti dai compagni attraverso il proprio modo di stare in campo.
Se per Yildiz il tecnico usa parole di entusiasmo, su Dusan Vlahovic il tono è più analitico. Perché il serbo non è ancora riuscito a esprimere tutto il proprio potenziale?
La risposta di Spalletti è legata soprattutto all’equilibrio: «Deve ancora raggiungere la tranquillità. Deve trovare un equilibrio personale, perché si incasina da solo: se gli dai troppo gas e se gliene dai troppo poco».
Il punto, per il tecnico, è trovare la giusta «temperatura emotiva». Non una questione esclusivamente tecnica o tattica, dunque, ma la necessità di individuare quella condizione di equilibrio che permetta all’attaccante di giocare senza caricarsi eccessivamente di pressione.
L’allenatore conta, ma sono i giocatori a fare la differenza
Un altro passaggio importante riguarda la concezione che Spalletti ha del mestiere di allenatore. «L’allenatore deve creare leggerezza», spiega, ma il lavoro decisivo consiste nel mettere insieme i calciatori e portarli a «pensare tutti allo stesso modo».
Non basta quindi sommare i singoli talenti: «Non bisogna fare una cruda somma dei singoli, ma tirar fuori qualcosa di extra da loro». La leggerezza vera, aggiunge Spalletti, arriva soltanto dopo il lavoro.
È una filosofia che trova conferma anche nei nomi dei giocatori che il tecnico considera più significativi nella propria carriera: Pizarro, Lobotka, Kvaratskhelia, Salah e Cancelo. In particolare, racconta come a Napoli avesse trovato un Lobotka ai margini, un giocatore che aveva quasi dimenticato il proprio valore, e quanto fosse importante restituirgli fiducia.
Vialli, Lippi e Trapattoni: la Juve che lo ha ispirato
Nel racconto della sua nuova esperienza non poteva mancare la memoria della Juventus storica. Spalletti indica Gianluca Vialli come il personaggio che più lo ha ispirato: «Da giocatore mi sbatteva per terra nei contrasti, poi mi dava la mano e mi sorrideva. Così viveva il calcio».
E quando deve scegliere gli allenatori bianconeri di riferimento, la risposta arriva quasi spontanea:
«Troppo facile: Lippi e Trapattoni».
Una memoria che lega il presente alla storia del club, proprio quella storia che Spalletti ha indicato tra le ragioni per cui ha scelto di accettare la Juventus.
«Mi hanno scritto di tutto, ma sono sempre stato il mio critico»
C’è anche uno Spalletti più personale nell’intervista. Il tecnico affronta il tema delle critiche e della narrazione che lo ha accompagnato durante la carriera, rivendicando una certa impermeabilità ai giudizi esterni.
«Chi si è accanito in passato su di me ha perso il proprio tempo», afferma. E aggiunge: «Mi sono sempre criticato da solo. Sono il più bravo a non concedermi alibi e scuse».
Un atteggiamento che, secondo Spalletti, gli ha permesso di trasformare anche il disprezzo in una forma di libertà: «Sapere che non si può piacere a tutti rende liberi di essere se stessi».