L’Italia, già da tempo disillusa e inerme di fronte al lento decadimento del sistema calcio nazionale, di fronte alla scelta di Andrea Pirlo come nuovo Ct, appare adesso attonita e a tratti incredula. Gran parte della stampa nazionale non vede in Andrea Pirlo l’uomo giusto per inaugurare una nuova era del calcio azzurro, una scelta difficile da spiegare con il criterio del merito sportivo.
Le critiche sono inevitabili. Pirlo, da allenatore, non ha ancora costruito un percorso tale da renderlo il candidato naturale per la panchina di una Nazionale quattro volte campione del mondo. L’esperienza alla Juventus è stata breve e caratterizzata da risultati altalenanti; quelle successive non hanno cambiato il giudizio di una parte dell’opinione pubblica. Il suo curriculum, almeno oggi, non è paragonabile a quello di tecnici che hanno vinto e convinto ad altissimo livello.
Ed è proprio questo il punto che alimenta il dibattito. Dopo tre qualificazioni mondiali consecutive mancate, l’Italia può davvero permettersi un’altra scommessa?
Paolo Maldini, evidentemente, pensa di sì.
Il nuovo direttore tecnico non ha mai nascosto di voler costruire un progetto diverso, basato su una precisa identità calcistica, su un metodo condiviso e sulla valorizzazione dei giovani. In quest’ottica Pirlo rappresenterebbe molto più di un semplice commissario tecnico: sarebbe l’uomo incaricato di applicare una filosofia comune a tutte le Nazionali, dalla prima squadra ai settori giovanili.
È una visione legittima. Ma è anche una scelta che inevitabilmente espone Maldini alle critiche.
Perché, volenti o nolenti, il sospetto che il rapporto personale abbia inciso sulla decisione continuerà ad accompagnare questa vicenda. Pirlo è una figura molto vicina a Maldini, e questo rende ancora più difficile convincere chi avrebbe preferito un profilo dal curriculum più solido.
Allo stesso tempo, però, sarebbe sbagliato liquidare tutto come semplice “amichettismo”. Se Maldini scegliesse davvero Pirlo, lo farebbe perché convinto che sia l’uomo più adatto a guidare un progetto tecnico complessivo, non soltanto una squadra. Il calcio, però, è spietato. Alla fine contano i risultati.
Gattuso, prima di lui, aveva dimostrato quanto il prestigio da calciatore non basti per guidare una Nazionale. Oltre ai limiti strutturali del nostro movimento, la gestione tecnica è stata spesso criticata per alcune scelte di formazione e per episodi che hanno pesato nei momenti decisivi. Anche per questo molti si aspettavano un allenatore dal curriculum inattaccabile.
Pirlo rappresenterebbe invece una scommessa. Una scommessa che potrebbe rivelarsi vincente, perché il calcio è pieno di allenatori capaci di sorprendere. Ma resta una scommessa.
E forse è proprio questo il nodo della questione: dopo anni di delusioni, l’Italia aveva bisogno di una certezza o aveva bisogno di qualcuno che incarnasse un progetto nuovo?
La risposta, come sempre, arriverà soltanto dal campo. Prima di condannare Pirlo sarà giusto concedergli il beneficio del dubbio. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se una Nazionale reduce da uno dei periodi più difficili della propria storia potesse permettersi di affidare la rinascita a un allenatore che, almeno finora, deve ancora dimostrare tutto.