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Lettura: VAR, la vera sfida è accettare il compromesso!
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Goalnews24 > Blog > Serie A > Il caso della settimana > VAR, la vera sfida è accettare il compromesso!
Il caso della settimanaSerie A

VAR, la vera sfida è accettare il compromesso!

Sebastiano Nicotera
Ultimo aggiornamento: 21 Settembre 2026 11:55 pm
Sebastiano Nicotera
9 Min Lettura
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Ronaldo e Iuliano, Serie A 1997-1998
Ronaldo e Iuliano, Juventus-Inter, 26 Aprile 1998
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Il nuovo corso di Orsato restituisce centralità all’arbitro e riduce drasticamente le revisioni al monitor: una scelta che migliora ritmo e spettacolo, ma che espone inevitabilmente al rischio di qualche errore. Il caso della svista su Kalulu-Rowe durante Juve-Atalanta ha riaperto il dibattito: il problema non è il VAR, ma l’idea che possa trasformare il calcio in uno sport senza più errori.

Contents
  • Un VAR molto meno invasivo
  • La perfezione è un’utopia
  • Var: I numeri raccontano un processo virtuoso
  • Il VAR non può essere un alibi
  • La vera rivoluzione è quella culturale?

Il VAR è tornato al centro della discussione, ma forse per la ragione sbagliata. Non perché il sistema abbia smesso di funzionare, bensì perché la nuova filosofia arbitrale ha deciso di utilizzarlo meno, lasciando nuovamente al direttore di gara la responsabilità principale delle decisioni.

È il cambio di approccio voluto da Daniele Orsato, nuovo responsabile della CAN di Serie A e B. La linea è stata ribadita proprio oggi, nel meeting tra AIA, Lega Serie A e i venti club del massimo campionato: «L’obiettivo è quello di favorire il gioco del calcio e non fischiare i minimi contatti», ha spiegato Orsato, chiarendo che questa impostazione resterà invariata per tutta la stagione. 

E i numeri, dopo le prime quattro giornate, sono piuttosto eloquenti.

Un VAR molto meno invasivo

Nei primi quattro turni della Serie A 2026/27 si è registrata una sola On Field Review, contro le sei dello stesso periodo della stagione precedente e le otto dei due campionati ancora precedenti. Gli overrule, cioè le decisioni cambiate dopo l’intervento della tecnologia, sono stati due, contro i cinque del 2025/26 e i sei delle due stagioni precedenti. 

La differenza è dunque concreta. E non riguarda soltanto il VAR. In questo avvio di campionato il tempo effettivo di gioco è salito a 59’31”, oltre cinque minuti e mezzo in più rispetto alle ultime due stagioni, mentre i falli sono scesi a 22,60 di media contro i 26,23 registrati dopo quattro giornate dello scorso campionato (dati Aia). Anche ammonizioni e rigori sono diminuiti sensibilmente.  Il calcio, insomma, viene lasciato maggiormente nelle mani degli uomini.

Ed è una scelta che ha una sua logica. Il calcio non può diventare una moviola permanente.

La perfezione è un’utopia

Il VAR non è nato per correggere ogni possibile errore dell’arbitro.

La UEFA, attraverso la nuova piattaforma Clear Line, ha ribadito che la tecnologia deve intervenire per correggere errori chiari ed evidenti o gravi episodi sfuggiti alla squadra arbitrale. Il progetto raccoglie oltre 150 situazioni di gioco e nasce proprio per uniformare il criterio con cui arbitri e VAR devono decidere quando intervenire e quando, invece, lasciare inalterata la decisione presa sul campo. 

Una distinzione significativa, perchè se pretendiamo che ogni contatto, ogni trattenuta, ogni centimetro di fuorigioco, ogni possibile fallo di mano debba essere analizzato alla ricerca della decisione perfetta, finiamo inevitabilmente per trasformare il calcio in qualcosa di diverso.

Non più un gioco diretto da un arbitro aiutato dalla tecnologia, ma una partita continuamente sottoposta alla revisione della tecnologia.

E il paradosso è che la ricerca spasmodica della perfezione rischia di produrre un calcio meno naturale, non necessariamente più giusto.

Ma il caso Rowe dimostra anche l’altra faccia della medaglia Il problema è che meno VAR significa inevitabilmente anche una possibilità maggiore che un errore rimanga in campo.

È quello che è successo domenica sera in Juventus-Atalanta, con la trattenuta di Kalulu su Rowe nell’area bianconera. L’arbitro Zufferli non ha concesso il calcio di rigore e dalla sala VAR non è arrivata la chiamata per l’On Field Review.

Maurizio Sarri, dopo la partita, ha addirittura messo in discussione l’utilità stessa dello strumento, pur avendo riconosciuto di preferire il nuovo approccio rispetto a quello della passata stagione. 

Ed è proprio qui che si apre il dibattito vero.

Se il VAR interviene troppo, rovina il ritmo delle partite. Se interviene troppo poco, lascia sopravvivere errori che la tecnologia potrebbe correggere.

La soluzione, però, non può essere la ricerca del punto in cui gli errori diventano zero. Quel punto non esiste.

Var: I numeri raccontano un processo virtuoso

Per capire quanto il VAR abbia modificato realmente l’arbitraggio italiano bisogna fare un passo indietro.

Nel primo campionato completo con la tecnologia, la stagione 2017/18, l’AIA registrò una percentuale di errori del 5,78% senza VAR, scesa allo 0,89% con il VAR. Su 397 partite furono effettuati 2.023 check e 117 decisioni arbitrali vennero cambiate grazie alla tecnologia. 

È una differenza enorme: quasi l’85% di riduzione rispetto alla percentuale di errori indicata nel confronto ufficiale di quella prima stagione.

Ma il dato ancora più significativo arriva dagli anni successivi.

Nel bilancio della stagione 2023/24, Gianluca Rocchi spiegò che il VAR aveva contribuito a correggere circa il 92% degli errori individuati dalla struttura arbitrale. In quella stagione furono registrati 1.955 check in 380 partite, con 92 revisioni al monitor e 12 errori gravi certificati a fine campionato. 

Numeri che raccontano una cosa abbastanza semplice: da quando esiste il VAR, la quantità di errori arbitrali gravi è diminuita in maniera vistosa.

Non significa che gli arbitri non sbaglino più. Significa esattamente il contrario: gli arbitri continuano a sbagliare, ma oggi esiste uno strumento che permette di correggere una parte molto consistente di quegli errori.

Il VAR non può essere un alibi

C’è poi un’altra questione, meno tecnica e più culturale.

Ogni volta che una squadra perde, è diventato estremamente semplice cercare un episodio arbitrale al quale attribuire la responsabilità della sconfitta. Il VAR, paradossalmente, ha aumentato questa tendenza: se esiste la tecnologia, allora ci si aspetta che ogni errore debba essere automaticamente corretto.

E quando non accade, nasce il sospetto. È un meccanismo pericoloso perché rischia di spostare continuamente il discorso dal calcio alle decisioni arbitrali. Una partita può essere dominata per novanta minuti, persa per un errore tecnico, per un’occasione sbagliata, per una scelta tattica o per un episodio. Ma la discussione finisce spesso tutta dentro la cabina di Lissone. Il VAR diventa così contemporaneamente la soluzione e l’alibi.

Quando interviene, si contesta che abbia cambiato una decisione. Quando non interviene, si sostiene che non serva a nulla. Quando conferma una decisione, si discute sull’interpretazione. Quando corregge un errore, si dà quasi per scontato che avrebbe dovuto farlo.

La vera rivoluzione è quella culturale?

La questione non dovrebbe essere scegliere tra “VAR sì” e “VAR no”, né stabilire se sia meglio utilizzarlo molto o pochissimo.

La questione vera è capire quando il suo intervento aumenta davvero la qualità della decisione e quando invece rischia soltanto di sostituire una valutazione di campo con un’altra valutazione, altrettanto opinabile ma fatta davanti a un monitor.

Il nuovo corso sembra aver scelto questa strada: arbitro protagonista, VAR come rete di sicurezza.

I numeri delle prime quattro giornate indicano che il cambiamento è netto. E l’effetto sul gioco è evidente: più tempo effettivo, meno falli, meno interruzioni e pochissime revisioni. 

Il caso Kalulu-Rowe ricorda però che la rete di sicurezza non può essere tolta del tutto.

Ed è probabilmente questo il punto di equilibrio da cercare: non un calcio senza errori, perché è impossibile. Ma un calcio nel quale gli errori davvero gravi vengano corretti e quelli che appartengono alla natura stessa del gioco vengano accettati.

Il miglioramento prodotto dal VAR, guardando agli ultimi anni, è sotto gli occhi di tutti. Pretendere che la tecnologia trasformi l’arbitraggio in una scienza esatta significa invece chiederle qualcosa che non può dare.

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Tag:EditorialeSerie A
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DaSebastiano Nicotera
Amante del calcio e dello sport in generale, coltiva da anni la passione per le attività editoriali in campo sportivo. Collabora con la redazione goalnews24.it dal 2024, con focus specifico sulla Serie A e sulle notizie di stampo economico - finanziario attinenti alle società calcistiche.
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