Alberto Malesani è uno di quegli allenatori rimasti nella memoria collettiva per il carattere ruspante e la spontaneità naturale. In una recente intervista ha raccontato un aneddoto clamoroso, riguardante un suo possibile passaggio al Milan di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. Leggiamo il racconto in merito: “Nei primi mesi del 2002, quando allenavo il Verona e la squadra era settima in classifica si fa vivo il Milan, che era guidato da Carlo Ancelotti che aveva sostituito Fatih Terim. Parlo con il dottor Galliani che mi dice: ‘La seguiamo. Se nel girone di ritorno fa come nell’andata, ci risentiamo a fine stagione’. Purtroppo, invece, il mio Verona crollò e al termine del campionato ci fu la retrocessione. Io non andai più al Milan, Ancelotti restò in rossonero e, l’anno successivo, vinse la Coppa dei Campioni a Manchester. Il destino ha voluto così. Ma non ho rimpianti. Peccato, però, perché del Milan ero tifoso fin da bambino: unico milanista di San Michele Extra, il paese alle porte di Verona dov’era nato anche Mariolino Corso. Gli altri, tutti interisti. Io, invece, godevo quando vedevo giocare Rivera”. Il tecnico racconta e ricorda con piacere anche l’avventura sulla panchina del Parma: “Tre anni prima, nel 1999, sulla panchina del Parma, nell’arco di cento giorni vinsi Coppa Italia, Coppa Uefa e Supercoppa Italiana. Una cavalcata indimenticabile. Avevamo una squadra pazzesca: Buffon in porta; Thuram, Sensini e Cannavaro in difesa; Fuser e Vanoli sulla fasce; Dino Baggio, Boghossian, Veron a centrocampo; Crespo e Chiesa in attacco. Giocavamo un calcio moderno, spettacolare, tutto pressing e sovrapposizioni. Purtroppo non arrivammo allo scudetto, ma forse tutto l’ambiente, all’epoca, non era attrezzato per un’impresa simile”. Non manca un ricordo del percorso alla guida della Fiorentina: “L’anno prima, alla Viola, feci innamorare i tifosi e i giocatori, da Rui Costa a Batistuta. Quando ebbi qualche discussione con il presidente Cecchi Gori lo spogliatoio si schierò dalla mia parte. Andammo a vincere a Parma, il cavalier Calisto Tanzi rimase impressionato dal gioco della mia Fiorentina e il giorno dopo mi convocò nel suo ufficio a Collecchio per ingaggiarmi. Ero libero, dissi subito di sì”. Infine, l’ex allenatore traccia un bilancio dell’esperienza nel mondo del calcio: “Nessuno mi ha mai regalato nulla. Ho cominciato con il Chievo, ho fatto la gavetta, mi sono licenziato dalla Canon dove avevo un ruolo da dirigente per la mia passione: il calcio. Da lì alla Fiorentina dopo che, per tre mesi, ero stato seguito da Antognoni e dal d.s. Cinquini. E quindi il Parma, sempre perché avevo impressionato attraverso il gioco. Poi, dopo il mancato passaggio al Milan il mio percorso non è stato così positivo come negli anni precedenti, ma sono comunque soddisfatto, non sto lì a piangermi addosso. Sinceramente non so il perchè, ho cambiato tante squadre, ne ho allenate undici in Italia, ma non sono mai più riuscito a trovare quell’alchimia necessaria a raggiungere il successo. I miei metodi non sono mai cambiati, credo si tratti di una questione di emozioni. Se fossi andato al Milan, chissà..ma non voglio pensarci, è acqua passata. Di base credo che ci sia il fatto che io non ho mai cercato, e di conseguenza non ho mai avuto, sponsor importanti, non ho mai fatto amicizia con chi contava. Sono stato nel calcio, ma un po’ in disparte. È il mio carattere. Nel lavoro, in tutti i lavori che ho fatto, ci ho messo impegno, rigore, passione e un po’ di sana follia. E sono sempre stato un uomo, e dunque un allenatore, libero. Probabilmente se avessi cantato nel coro, la mia carriera sarebbe stata diversa, ma va bene così. Ora sono riuscito a metter su un’azienda che ora ho ceduto, e ho ricevuto riconoscimenti importanti come viticoltore. Tutto nacque durante una trasferta di Coppa Uefa. Era la primavera del 1999, con il Parma andammo a Bordeaux e io, alla vigilia, visitai una cantina famosa e ne rimasi affascinato. Da quel momento ho sempre desiderato diventare un produttore di vino, ho comprato un bel pezzo di terra, ho ascoltato i consigli di un enologo e l’impresa è andata in porto. Quando ho smesso di allenare inizialmente avevo avuto un sentimento di rigetto, qualche anno fa. Ma ora mi sono riavvicinato al pallone, il merito è dei nuovi allenatori che ci sono in Serie A. Mi piacciono, ammiro il loro modo di fare calcio. Parlo di Italiano, di Baroni, di Fabregas. Studio le loro tattiche, io sono un maniaco della tattica, mi tengo aggiornato, penso a che cosa farei io se dovessi affrontarli, a quali mosse sceglierei. È un modo per sentirmi ancora dentro il campo. Ritengo che la scuola italiana degli allenatori sia la migliore al mondo, e dobbiamo tenercela stretta. Ora mi godo la famiglia, gli amici, il golf la mattina e le partite a carte all’osteria tutti i pomeriggi, mi diverto come un matto a giocare a briscola o a tressette. Faccio anche i tornei, ho raggiunto buoni livelli grazie agli insegnamenti dei miei amici che io chiamo maestri. E dopo, che abbia vinto o che abbia perso, una bella cena in trattoria tutti assieme. Questa, per me, è la serenità”.
Storie, Malesani e la chiamata di Galliani…..
Nato a Lecce il 16/09/1972, dove attualmente vive e lavora.
Amante dello sport in generale, ex atleta di basket con un passato nel calcio.
Scrittore con alle spalle esperienza da articolista sportivo, collabora con la redazione goalnews24.it dal 2023, con focus specifico sul calcio internazionale.
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