Il 28/07/1925 a Montevideo, da una famiglia di emigranti italiani, nasceva uno dei più grandi assi della storia del calcio: Juan Alberto Schiaffino Villano. Per il mitico Gianni Brera, il centrocampista entrava di diritto nella cinquina dei grandi saggi inarrivabili del calcio, assieme ad Alfredo Di Stéfano, Pelè, Johan Crujff e Diego Armando Maradona. Il grande giornalista scriveva estasiato: “Non insegue la palla, è la palla ad inseguire lui. Forse non è mai esistito un regista di tanto valore”. Dall’altra parte dell’Oceano, il sommo scrittore uruguagio Eduardo Galeano, altro leggendario scrittore, anche di calcio, senza esagerare in partigianeria annotava: “Schiaffino con i suoi passaggi magistrali organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando il campo dal punto più alto della torre dello stadio”. Fu portato in Italia e al Milan dall’allenatore Cina Bonizzoni, che di lui diceva: “Per me tra Pelè e Maradona, il più grande di tutti è stato Schiaffino. Io li ho visti giocare tutti e tre, ma il Pepe l’ho allenato e gli ho voluto bene come a un fratello minore e tu non puoi immaginare come si muoveva e cosa riusciva a fare in campo… Il Pepe danzava sui tacchetti ed era un tango di Gardel, che poi tanti dicono che fosse uruguaiano come lui e non argentino. Ma questa è un’altra storia”. Il commendator Andrea Rizzoli sborsò 52 milioni per averlo dal Penarol, un affare nell’affare. Stella tra le stelle rossonere, il fuoriclasse della Celeste arrivava in Italia quattro anni dopo essere salito sul tetto del mondo e conquistata la Coppa Rimet. Il 16/07/1950, a Rio de Janeiro, il Pepe aveva fatto piangere il Brasile, precipitato nell’indelebile psicodramma popolare del Maracanazo. In 200.000 quel giorno allo stadio Maracanà assistettero alla disfatta della Seleçao, a cui sarebbe bastato un pareggio, ma Schiaffino, assieme ad Alcide Ghiggia, firmò quel 2-1 che incoronava il piccolo grande Uruguay campione del mondo. Nel 1958 provò a portare il Milan sul trono d’Europa, ma dopo aver realizzato una tripletta nella semifinale della Coppa dei Campioni contro il Manchester United, dovette inchinarsi in finale al Real Madrid del geniale argentino, anche lui figlio di emigrati italiani, Alfredo Di Stéfano. Una curiosità: viaggiava in trasferta sempre con la moglie Angelica a cui era legatissimo, una clausola appositamente inserita nel contratto. La moglie andava a dormire con suo marito nella stanza matrimoniale che gli veniva puntualmente riservata. Nel 1960, passò alla Roma del presidente ebreo Renato Sacerdoti che per averlo in giallorosso sborsò la cifra record di 100 milioni di lire. In campo, con la saggezza del 35enne vinse ancora una Coppa delle Fiere (antenata della Coppa Uefa), fu maestro del giovane Picchio De Sisti, scalando da centrocampo nelle retrovie e terminando la carriera da libero. Dopo due anni il rientro in patria. In rossonero aveva messo in bacheca tre scudetti e una Coppa Latina. Se ne è andato il 13/11/2002 raggiungendo l’amatissima moglie. Disse Cina Bonizzoni: “Quando Angelica è morta, sapevo che il Pepe non gli sarebbe sopravvissuto a lungo. Ogni volta che scendeva in campo la prima cosa che faceva era cercare in tribuna lo sguardo della moglie, che lo ricambiava sempre con due occhi pieni d’amore. Si salutavano e solo allora lo spettacolo poteva cominciare….”. L’altro grande amore fu il Milan, come diceva sempre lui stesso: “Milanista un giorno, milanista per sempre”.
Storie, Juan Alberto Schiaffino: milanista per sempre
Nato a Lecce il 16/09/1972, dove attualmente vive e lavora.
Amante dello sport in generale, ex atleta di basket con un passato nel calcio.
Scrittore con alle spalle esperienza da articolista sportivo, collabora con la redazione goalnews24.it dal 2023, con focus specifico sul calcio internazionale.
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