La Premier League riscrive le regole del fair play finanziario stabilendo un tetto all’ammontare degli emolumenti riconosciuti per le prestazioni dei calciatori, una misura che mira a favorire la resilienza e la sostenibilità finanziaria delle società calcistiche.
Si al “salary cap”, no al tetto di spesa
La Premier League ha votato ‘si’ al limite del 85% dei loro ricavi in costi per l’organico. Sebbene i club abbiano trovato largo consenso sull’approvazione del suddetto “Salary Cap” e sul livello di indebitamento a breve e lungo termine (Short and Long Term Sustainability) a partire dalla stagione 2026-2027, analogo accordo non è stato trovato sul tetto di spesa denominato “TBA”. Tale grandezza rappresenta un moltiplicatore dei ricavi conseguiti dal club ultimo in classifica. Più in dettaglio, la regola prevede che i club non possano spendere oltre 5 volte l’ammontare dei ricavi del club ultimo in classifica ottenuti sottoforma di introiti per diritti televisivi e premi in denaro sportivi. La proposta non ha ottenuto il sostegno sufficiente per essere approvato:soltanto 7 i voti raccolti per questa misura (a fronte dei 14 necessari per l’approvazione).
La rivolta del sindacato
La Professional Football Association (PFA), associazione che rappresenta gli interessi dei calciatori professionisti, è sul piede di guerra associazione in quanto non ha digerito la penalizzazione relativa al salary cap che, a loro giudizio, non terrebbe conto dell’inflazione. L’associazione ha infatti dichiarato che ricorrerà per vie legali se la Premier League non terrà conto delle opinioni dei giocatori nel limitare i loro potenziali guadagni. Maheta Molango, presidente della PFA ha dichiarato, senza mezzi termini “La lega sa che ci saranno club che porteranno questa misura in tribunale, e in quella situazione, gli unici a vincere saranno gli avvocati. Ci sono modi per raggiungere accordi sulla sostenibilità finanziaria, ma questo non può essere imposto”.