Beppe Savoldi non è stato solo un attaccante implacabile; è stato il simbolo di un calcio che stava cambiando pelle, entrando prepotentemente nell’era del grande business. Era l’estate del 1975 quando il Napoli di Corrado Ferlaino decise di compiere la follia: due miliardi di lire (tra contanti e contropartite) per strapparlo al Bologna. Un affare che scosse l’opinione pubblica, finendo persino nelle omelie dei vescovi e nei dibattiti parlamentari, in un’Italia stretta tra crisi economica e austerità.
Ma Savoldi seppe rispondere sul campo: 147 gol in Serie A, una Coppa Italia alzata con i rossoblù e un legame indissolubile con la maglia azzurra, onorata con la freddezza del killer d’area e l’elevazione di un cestista.
Tra area di rigore e pentagramma: L’anima dell’artista
Savoldi era un calciatore atipico. Mentre i difensori cercavano di fermarlo con le cattive, lui coltivava una passione profonda per la musica. Incise persino un disco, “La ballata del gol”, a testimonianza di una personalità poliedrica che non si esauriva negli undici metri.
Il Re dei Rigori: Specialista assoluto dal dischetto, calciava con una calma olimpica che metteva i brividi ai portieri avversari.
L’elevazione: Nonostante non fosse un gigante, la sua capacità di staccare di testa restò leggendaria, frutto di tempi di inserimento perfetti e di una forza fisica esplosiva.
L’eredità di un signore del calcio
Con la sua scomparsa, se ne va un pezzo di storia romantica e, al contempo, pionieristica del nostro sport. Savoldi ha vissuto il peso dell’etichetta “miliardario” con una dignità rara, senza mai lasciarsi travolgere dalle polemiche. Dopo il ritiro, era rimasto nel mondo del calcio come allenatore e opinionista, portando sempre con sé quel garbo e quella competenza che lo avevano reso amato da tutte le tifoserie, da Bergamo a Napoli, passando per la sua Bologna.
Oggi il calcio piange il suo primo grande colpo di mercato, ma soprattutto un uomo che ha saputo cantare il gol come pochi altri nella storia.