Ha compiuto gli anni Franco Tancredi, leggendario portiere della Roma di Nils Liedholm. Classe 1955, ha spento le candeline lo scorso 10/01. Nato a Giulianova ha esordito nel calcio che conta con la squadra della sua città nel 1972 in serie C. Aneddoto curioso: giocava da ala prima di essere spostato in porta. Nella stagione 1973-74, a diciotto anni, disputò con gli abruzzesi il suo primo campionato da titolare, sempre in terza serie. A fine stagione fu prelevato dal Milan che gli affidò il ruolo di riserva di Enrico Albertosi, senza esordire nella massima categoria. Dopo un’annata da titolare al Rimini, in Serie B, nel 1977 approdò alla Roma dove vi rimase fino al 1990. Chiuse la carriera al Torino nel 1990-1991. Oggi viene ricordato in quanto aveva una statura non eccelsa e al proposito, durante una intervista dell’epoca aveva dichiarato: “Il luogo comune è la mia statura. Ripetono che non sono un panzer, ma non tutti i panzer fanno i portieri. Evidentemente avrò avuto altre qualità. Bento è più basso di me, ma ha giocato nel Portogallo fino a 39 anni. Due soli grandi portieri sono alti: Dassaiev e Schumacher, ma proprio il russo non mi sembra più ai livelli dell’ ’82. Sono abbastanza immodesto da vantare altre qualità: per esempio ho un passo rapido. Altrimenti non avrei vinto uno Scudetto, non sarei arrivato a una finale di Coppa dei Campioni. Certo, passo per un para-rigori, per uno che studia gli avversari al videoregistratore. Invece non ho mai avuto quel diabolico apparecchio, perché quello del portiere è un ruolo istintivo, che non s’impara a scuola né facendo stage all’estero. Bisogna sudare da solo oppure con quel poveretto che ti fa cinquanta tiri al giorno in allenamento”. Ci sono stati momenti difficili nella tua carriera gli venne chiesto? La risposta fu sincera: “Li ho avuti anch’io e non ho pensato mica di cambiare mestiere. Piuttosto credevo di ridimensionarmi, scendere in serie B per avere il mio spazio, una benedetta domenica tra i pali. Il mio passato è pieno di partite viste dalla panchina, di allenamenti in cui era più facile parare che parlare. Alla Roma nel primo anno di Viola presidente: mi sentivo pronto, ma ero chiuso da Paolo Conti e giocavo fantastiche partite del giovedì. Poi la domenica rispettavo disciplinatamente le gerarchie. Mi hanno convinto: stai tranquillo, abbiamo fiducia in te. A Milano avevo vissuto due anni in cui ho imparato la professione e dimenticato i rapporti umani. Eppure il giocatore di calcio è anche un uomo che la mattina esce a comprare il giornale, porta la figlia a spasso, va addirittura al cinema e a cena fuori. Sono un sentimentale e posso dire che è stata anche Roma ad aiutarmi”. Un passo di quella intervista riguarda gli allenatori, gli viene chiesto che rapporto ha avuto? La risposta stupisce: “Per un sentimentale come me è importante l’ambiente della Nazionale di Bearzot. Ho capito perché questa squadra ha vinto (e la notte del Mundial festeggiai anch’io per strada): qui chi va in tribuna fa lo stesso tifo di chi scende in campo. Il gruppo comanda, il gruppo aiuta. Liedholm e Bearzot hanno due stili di lavoro completamente differenti. Liedholm è più spietato, professionale. Se la tua prestazione non è stata al cento per cento, è capacissimo di fartelo pesare. Non è un passionale e magari ti ritrovi fuori squadra da un momento all’altro. E non riesci neanche a capire perché. Un portiere può sbagliare una partita anche senza far tardi la sera o aver mangiato peperoni. E qui sta la diversità: Bearzot ti fa una carezza, Liedholm ti giudica. Con Eriksson poi c’è l’abitudine di discutere in gruppo. Lui è il primo a dire tutto in faccia e adesso conosce bene anche la lingua”. C’è troppo stress obiettivo a questo mondo del calcio gli chiedono ? La risposta è riflessiva: “Un così grande parlare intorno a noi sfalsa i valori. E un giocatore che non sopporta giornali, radio private, allenatori, fotografie, autografi, serate di gala, può rendere perfino al trenta per cento. Beati quelli che giocano in Francia. Da noi devi rendere al massimo anche in amichevole perchè cinquemila persone sono venute a vederti e magari hanno anche pagato tanti soldi. Ma il calcio è questo: miliardi e cuori, stringi denti e lotta. L’importante è rispettarsi e saper sopportare lo stress”.