CASO ILICIC: RITORNANO I FANTASMI DEL 2020

CASO ILICIC: RITORNANO I FANTASMI DEL 2020

23 Gennaio 2022

Fa notizia il nuovo stop del campione Bosniaco Josip Ilicic. Il calciatore vive di nuovo una situazione psicologica complessa, di cui si conosce davvero poco.  Un malessere che torna a ripetersi dopo le avvisaglie del 2020 che lo hanno tenuto lontano dai campi per circa tre mesi. La sua condizione
psicofisica sembra tornata a essere delicata, motivo per cui non
è stato convocato negli ultimi due match disputati con l’Inter e la Lazio.


Mai più appropriate sono state le parole del tecnico Gasperini, incalzato ai microfoni di Dazn e Sky:
“Con Josip ci conosciamo da tanti anni, abbiamo vissuto tante situazioni felici in campo. Lui è molto propositivo, è
una persona assolutamente normale, la nostra testa è una giungla. Non è
facile per gli psicologi e gli psichiatri e ancora meno per noi.
Speriamo che al campo trovi soddisfazioni, non si è mai impegnato come
quest’anno, non l’ho mai visto così. Come persona lo aspettiamo tutta la
vita. <…>
Ha dei momenti di alti e bassi, ma ha sempre grande voglia e
disponibilità. In questo momento c’è da pensare più alla persona che al
calciatore: la cosa migliore, forse, è parlarne il meno possibile. Per
me non è facile parlare di questa situazione

personale.”


La vicenda di Ilicic tiene col fiato sospeso il mondo del calcio, e non solo. Molto toccante il messaggio di Gigi Riva, giornalista del Corriere della Sera, il quale, con grande sensibilità, ha provato ad immaginare la cornice retrostante le fragilità del calciatore. Di seguito un estratto della dedica:

“Caro Josip Ilicic, <…> per ogni tifoso atalantino lei è diventato l’emblema di una persona fragile e geniale, da tenere per cara. <…>Ho letto del suo nuovo travaglio, del malessere interiore riemerso in un altro momento difficile della comunità a cui ora appartiene, la comunità bergamasca, alle prese con l’ondata di coronavirus più virulenta dopo la prima del 2020. Non voglio indagare oltre. Apprezzo la discrezione e la misura con cui la società la protegge, apprezzo il rispetto e la muta, generale solidarietà. Benché ci manchi, in campo, nessuno le chiede di essere campione. O meglio, sommessamente le viene chiesto di essere diversamente campione nella battaglia che sta combattendo contro i suoi fantasmi.  <…> Lei è nato a Prijedor, nord della Bosnia, il 29 gennaio del 1988, fra poco compirà 34 anni. Perse il padre, croato, quando aveva pochi mesi, ucciso da un vicino serbo quando i tamburi di guerra erano ancora una lontana eco all’orizzonte. Sua madre decise di trasferirsi in Slovenia rifugio di tanti profughi ex jugoslavi. È immaginabile che il fantasma di Prijedor le sia rimasto inciso come una ferita che ancora sanguina e che i suoi successi sportivi non sono riusciti a suturare. Sono stato nella sua città natale quando il conflitto era ormai deflagrato. C’era un campo di concentramento nella fabbrica di ceramiche Keraterm dove erano stati reclusi dai serbi più di mille musulmani di Bosnia e croati di Bosnia. Si vociferava addirittura che nella fabbrica funzionasse un forno crematorio per bruciare i cadaveri anche se non sono mai state trovate le prove. Ebbi la sfrontatezza di chiederlo a Radovan Karadzic, il leader politico dei serbi, durante un’intervista. Rispose solo con uno sguardo di odio. A Keraterm era stato anche Fikret Alic, credo che il suo nome le dica qualcosa. È quel giovane denutrito, emaciato, ridotto allo stato larvale che finì sulla copertina di Time nel 1992, quando l’Europa scoprì che l’urlo di Primo Levi «mai più» era stato lanciato invano.
Alic sopravvisse ed era all’Aja quando Ratko Mladic, il generale serbo-bosniaco, fu condannato all’ergastolo per genocidio, esultava perché giustizia era stata fatta. L’inferno che sua madre le ha evitato fuggendo, caro Josip, l’ha probabilmente rincorsa. Noi non possiamo far altro che inchinarci davanti al suo dolore esistenziale, ringraziarla per le gioie. Si prenda il suo tempo, ne ha tutto il diritto. Noi l’aspettiamo non con l’egoismo del tifoso che la vorrebbe presto con la maglia nerazzurra ma con l’affetto di chi vorrebbe che rispuntasse sulle sue labbra un sorriso. Sarebbe il segno che non sempre vincono i cattivi se non saranno riusciti a piegare un voglia di vita. Anche questa sarebbe una forma di giustizia. E dipende da lei.”